Disturbi di personalità

Disturbi Alimentari

Gioco d’azzardo Patologico

GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

CHE COS’è?

Il disturbo da gioco d’azzardo (gambling) è un comportamento problematico, persistente o ricorrente legato al gioco d’azzardo. Si presenta per un periodo di 12 mesi e comporta disagio e compromissione clinicamente significativi (DSM-5, 2013). E’ stato concettualizzato come una forma di dipendenza “non da sostanze” ed attualmente considerato una vera e propria “dipendenza comportamentale”.

Esso include lo scommettere su determinati giochi (es. carte, attività sportive, lotterie, slot machine).

La dipendenza da gioco si distingue dal gioco ludico per la modalità maladattiva, ricorrente e persistente. Questa esercita un’influenza negativa sui domini personali, professionali, familiari e sociali e spesso è accompagnata da perdite finanziarie e problemi legali.

 

QUALI SINTOMI COMPORTA?

Il disturbo da gioco d’azzardo presenta molte similitudini con il disturbo da uso di sostanze. Tra le quali: dipendenza dalla gratificazione, comportamento edonico (ricerca del piacere), impulsività nel prendere decisioni/sottovalutazione delle conseguenze, perdita di controllo, craving (bisogno irrefrenabile di ricercare il gioco), ricerca del rischio e tolleranza e astinenza.

Il DSM-5 (2013) identifica i seguenti sintomi (almeno 4 sono necessari per la diagnosi):

  • Bisogno di una quantità crescente di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata (tolleranza)
  • Irrequietezza o irritazione a seguito di tentativi di riduzione o interruzione gioco (astinenza)
  • Ripetuti tentativi infruttuosi per controllare, ridurre o smettere il gioco
  • Preoccupazione per il gioco (pensieri persistenti sul gioco)
  • Spesso il gioco è preceduto da emozioni negative, ansia e depressione
  • Dopo la perdita il soggetto è spinto a ritentare
  • Mente per nascondere l’entità del coinvolgimento con il gioco
  • Mette a repentaglio o perde una relazione significativa
  • Conta sugli altri per procurarsi il denaro

La stragrande maggioranza delle persone dipendenti dal gioco d’azzardo sembra ricercare in tale pratica l’avventura e l’eccitazione che vengono soddisfatte puntando cifre di denaro sempre più elevate. Nel tentativo di recuperare il denaro puntato e perso, il soggetto sarà costretto in una corsa continua, a giocare cifre sempre più alte, al fine di annullare la perdita o una serie di perdite.  Quando le possibilità di ottenere prestiti si esauriscono il soggetto vittima della dipendenza dal gioco può ricorrere, per ottenere denaro, anche a comportamenti antisociali quali la contraffazione, la frode o il furto. Molte persone affette da Gioco d’Azzardo Patologico possono essere altamente competitive, energiche, irrequiete e facili ad annoiarsi. Inoltre sembrano essere eccessivamente preoccupate dell’approvazione altrui e sorprendentemente generose.

 

SOLUZIONI: COME SI AFFRONTA IL PROBLEMA?

Il trattamento del gioco d’azzardo patologico può prevedere setting individuali, familiari e di gruppo. E’ essenziale all’inizio costruire un’alleanza con il paziente per rinforzare la motivazione e la compliance al trattamento. Il terapeuta avrà facoltà di stabilire anche delle indicazioni comportamentali per proteggere il paziente dal contatto con l’esperienza di gioco (i.e., controllo del denaro da parte di un familiare, evitamento di luoghi o situazioni di rischio, etc.). E’ in ogni caso suggerito di co-costruire con il paziente il processo terapeutico, al fine di permettergli di assumere un ruolo attivo e responsabile nella terapia.

Riguardo ai trattamenti farmacologici, non ne esiste alcuno dedicato alla dipendenza da gioco d’azzardo, ma spesso vengono prescritti SSRI (i.e., fluvoxamina, paroxetina ed escitalopram), analogamente a quanto fatto con i pazienti con sintomi ossessivo-compulsivi, antagonisti degli oppiacei per ridurre il craving e gli effetti gratificanti e di rinforzo del gioco o stabilizzatori dell’umore (i.e., carbamazepina, valproato e litio).

La dipendenza da gioco può essere trattata, in particolar modo con percorsi mirati di psicoterapia cognitivo- comportamentale.

 

COME LO AFFRONTA LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE?

Nello specifico la terapia cognitivo-comportamentale consiste nell’analisi funzionale del gioco, nel riconoscimento delle situazioni in cui la persona è maggiormente vulnerabile al gioco, nell’apprendimento di strategie pratiche per la gestione del craving, nella psico-educazione sulle decisioni “apparentemente irrilevanti” (DAI) connesse al gioco, e nell’attuazione del training per la prevenzione delle ricadute.

Ipocondria (Disturbo d’ansia per la salute)

IPOCONDRIA

CHE COS’è?

L’ipocondria è l’eccessiva e infondata preoccupazione per la propria salute. Qualsiasi sintomo fisico, anche lieve, viene interpretato come segno di patologia. Chi presenta questo disturbo viene solitamente considerato “malato immaginario” o ipocondriaco, a causa delle sue convinzioni infondate di essere malato.
La prevalenza dell’ipocondria comprende tra l’1,3 % ed il 10% della popolazione, mentre considerando le persone ricoverate in ambulatori medici le percentuali vanno dal 3 all’8 % (Fonte: DSM – 4, 2000).

 

QUALI SINTOMI COMPORTA?

Per una corretta diagnosi del disturbo d’ansia per la salute è necessario riscontrare la presenza di alcuni tratti specifici:

  • Preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia.
  • I sintomi somatici non sono presenti o, se presenti, sono di lieve intensità. Se è presente un’altra condizione medica o vi è un rischio elevato di svilupparla, la preoccupazione risulta eccessiva o sproporzionata.
  • È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e un alto livello di allarme su questi temi.
  • L’individuo attua eccessivi comportamenti correlati alla salute (come controllare di continuo il proprio corpo alla ricerca di segni di malattia) o presenta un evitamento che potrebbe danneggiare la sua vita quotidiana (evita visite mediche e ospedali).
  • La preoccupazione per la malattia è presente da almeno 6 mesi, anche se la specifica patologia temuta può cambiare nel corso di questo lasso di tempo.

Si evidenziano due tipi di comportamenti tipici, opposti tra loro, che si presentano qualora si soffra di ipocondria:

  • Eccessiva richiesta di assistenza medica.
  • Evitamento dell’assistenza medica.

Il disturbo ipocondriaco infatti può portare una persona ad allarmarsi al punto da voler controllare ogni minimo sintomo fisiologico, con la speranza di prevenire le malattie. Viceversa tale preoccupazione può venire volontariamente evitata, per timore di scoprire una grave patologia.
È tipico delle persone che sperimentano il disturbo rivolgersi sempre a centri per la salute fisica, risultando sani a tutti i controlli. Alcuni medici possono reagire negativamente, a causa dell’insistenza nelle richieste dei pazienti, creando incomprensioni.

 

SOLUZIONI: COME SI AFFRONTA IL PROBLEMA?

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è ritenuta a oggi la forma di intervento più efficace per affrontare con successo il disturbo d’ansia da malattia (Fonte: National Institute for Health and Clinical Excellence, NICE, 2011).

La terapia per il Disturbo d’ansia da malattia può essere nei casi gravi anche di tipo farmacologico, integrando l’approccio farmacologico con quello psicoterapico.

 

COME LO AFFRONTA LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE?

Chi soffre di ipocondria interpreta erroneamente le sue sensazioni corporee e ve ne attribuisce una pericolosità esagerata rispetto alla realtà. L’intervento di psicoterapia cognitivo-Comportamentale è volto a sostituire l’idea che i sintomi sperimentati siano generati da una grave malattia, costruendo un’ipotesi alternativa, più adeguata e vicina alla realtà. Il paziente, intrapresa la psicoterapia, viene guidato attraverso un percorso atto a renderlo maggiormente consapevole dei suoi processi mentali, dei meccanismi che governano il suo comportamento. Con l’aiuto del terapeuta vengono individuati i cicli di mantenimento del disturbo e le sue ripercussioni su aspetti comportamentali, relazionali e sociali con un graduale miglioramento della qualità della vita.

Disturbo Ossessivo Compulsivo

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO

CHE COS’è?

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo è un quadro clinico che colpisce dal 2 al 3 % delle persone nell’arco di una vita. E’ caratterizzato dalla presenza di pensieri intrusivi e ripetitivi (ossessioni) associati ad alti livelli d’ansia e spesso accompagnati da prolungati comportamenti volti a neutralizzare il pensiero ossessivo e l’ansia (compulsioni). Le manifestazioni si associano ad un elevato grado di disagio e di limitazione nel funzionamento sociale, lavorativo e affettivo. La persona che ne soffre tipicamente riconosce la natura patologica del proprio disagio e che le proprie ossessioni e compulsioni sono eccessive e irragionevoli.

 

QUALI SINTOMI COMPORTA?

I sintomi caratteristici sono la presenza di ossessioni e compulsioni.

Ossessioni: sono pensieri, immagini o impulsi ripetitivi e persistenti. Non sono vissute come piacevoli o volontarie dalla persona, sono intrusive e indesiderate e causano disagio e ansia marcati. La persona cerca di ignorare o sopprimere tali ossessioni (evitando fattori scatenanti o reprimendo i pensieri) o di neutralizzarle con altri pensieri o azioni (per esempio mettendo in atto un rituale o un comportamento).

Compulsioni: comportamenti ripetitivi, finalizzati e intenzionali, eseguiti al fine di prevenire un qualche evento temuto o di ridurre lo stato di disagio generato dall’ossessione. Possono essere anche dei veri e propri rituali o cerimoniali che devono essere eseguiti secondo regole rigide e sempre con la stessa sequenza. Le compulsioni non sono necessariamente osservabili (overt) come il lavarsi le mani, il riordinare, il controllare, ma possono anche essere azioni eseguite a livello esclusivamente mentale (covert), come il pregare, il contare o il ripetere parole mentalmente. La persona si sente, in ogni caso, obbligata a metterle in atto in risposta a un’ossessione.

La maggior parte degli individui con DOC ha sia ossessioni sia compulsioni. Le compulsioni sono di solito messe in atto in risposta a un’ossessione. Per esempio pensieri di contaminazione portano a rituali di lavaggio, oppure il pensiero che qualcosa sia sbagliato porta a ripetere rituali finché non si percepisce che la cosa è “giusta”. L’obiettivo di questi rituali è quello di ridurre il disagio innescato dalle ossessioni o di impedire un evento temuto.

Le ossessioni e compulsioni devono far consumare tempo (per esempio più di 1 ora al giorno) o causare disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento per giustificare la diagnosi di DOC. Questo criterio permette di distinguere il disturbo da occasionali pensieri intrusivi o comportamenti ripetitivi che sono comuni nella popolazione generale.

 

SOLUZIONI: COME SI AFFRONTA IL PROBLEMA?

Le linee guida internazionali indicano nella terapia farmacologica e nella terapia cognitivo-comportamentale i trattamenti dimostrati al momento più efficaci e, in particolare, nella procedura di esposizione con prevenzione della risposta (ERP) il trattamento psicoterapico d’elezione per il Disturbo Ossessivo Compulsivo. La maggior parte degli studi mostra che, in media, circa il 70% dei pazienti affetti da Disturbo Ossessivo Compulsivo trae beneficio dagli psicofarmaci o dalla terapia cognitivo-comportamentale.

 

COME LO AFFRONTA LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE?

Attualmente il trattamento psicoterapeutico base e di elezione per la cura del Disturbo Ossessivo Compulsivo è quello cognitivo-comportamentale che sostanzialmente si divide in più fasi:

1° fase: assessment.

2° fase: restituzione e contratto.

fase: riduzione della sintomatologia. Ridurre i comportamenti compulsivi, interrompere i fattori di mantenimento e i rinforzi negativi per ottenere un’estinzione o un’attenuazione dell’ansia.

4° fase: ristrutturazione delle credenze e delle metacredenze disfunzionali.

5° fase: imparare a tollerare l’idea che taluni eventi pensati o immaginati possono anche accadere, vale a dire che non è possibile prevenirli a ogni costo.

6° fase: prevenzione delle ricadute.

Le tecniche utilizzate durante il percorso terapeutico cognitivo-comportamentale:

  • psicoeducazione
  • procedura di esposizione con prevenzione della risposta (ERP)
  • ristrutturazione cognitiva

Disturbo d’ansia sociale (fobia sociale)

DISTURBO D’ANSIA SOCIALE

CHE COS’è?

Il Disturbo d’Ansia Sociale è una condizione di disagio e ansia che un individuo sperimenta in situazioni sociali nelle quali vi è la possibilità di essere giudicato dagli altri, per timore di mostrarsi imbarazzato, di apparire ridicolo o incapace e essere umiliato di fronte agli altri. Alla base del disturbo vi è la paura di un giudizio negativo. L’evitamento, quindi il sottrarsi nelle situazioni, è il comportamento più evidente nella fobia sociale. Le situazioni che tipicamente causano l’ansia possono essere di interazione personale (iniziare e mantenere una conversazione, conoscere persone nuove) o di prestazione (esempio parlare in pubblico, fare presentazioni ad incontri, scrivere o firmare davanti ad altri).

QUALI SINTOMI COMPORTA?

I tipici sintomi del Disturbo d’Ansia Sociale sono:

  • Paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile giudizio degli altri, come essere osservati o eseguire prestazioni di fronte ad altri (avere una conversazione, incontrare persone sconosciute, essere osservati mentre si mangia e si beve, o eseguire una prestazione davanti ad altri come un discorso).
  • L’individuo teme che agirà in modo tale da essere criticato o manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente (cioè saranno umilianti o imbarazzanti).
  • Le situazioni sociali temute provocano quasi invariabilmente paura o ansia.
  • Le situazioni sociali sono evitate oppure sopportate con paura o ansia intense.
  • La paura o l’ansia risultano sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e dal contesto socioculturale.
  • La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più.

Chi soffre di ansia sociale tende a manifestare eccessiva riservatezza in pubblico, con una postura corporea solitamente rigida e difensiva. È tipico che chi teme il confronto sociale parli con voce bassa, fatichi a mantenere il contatto visivo, o arrossisca frequentemente. Gli argomenti delle conversazioni possono risultare banali e spesso chi soffre di fobia sociale è riluttante a parlare di sé, ad accettare e fare complimenti. Per questo è anche possibile che individui con ansia sociale tendano a scegliere posizioni lavorative più isolate dal contatto sociale o con assenza di performance pubbliche, fino a limitare le potenzialità o le aspirazioni occupazionali. In generale vi è un’aumentata tendenza ad assumere alcool o sostanze per automedicarsi, preparandosi ad affrontare le situazioni: per esempio bere alcolici prima di uscire per andare al bar o a una festa con lo scopo di essere più disinibiti o dare l’impressione che il proprio comportamento impacciato sia causato dalle sostanze e quindi esserne giustificati.

L’evitamento è il comportamento più evidente nella fobia sociale. Molti pazienti evitano le situazioni temute, come per esempio iniziare e mantenere una conversazione, incontrare altre persone, conoscere persone nuove, o situazioni in cui è richiesta una prestazione come parlare in pubblico, fare presentazioni in incontri, scrivere e firmare di fronte ad altri. Ci sono altre situazioni che comportano la possibilità di essere valutati e quindi scatenare l’ansia come fare la coda, usare i trasporti pubblici, usare i bagni pubblici, telefonare quando ci sono altre persone, frequentare luoghi affollati, compresi negozi e cinema.

SOLUZIONI: COME SI AFFRONTA IL PROBLEMA?

La fobia sociale si può curare. La cura del Disturbo d’Ansia Sociale può essere di tipo farmacologico, psicoterapico o un’integrazione tra i due. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è risultata efficace per affrontare adeguatamente il disturbo, con risultati a lungo termine, mentre i farmaci possono essere efficaci per estinguere i sintomi immediati (per esempio, prendendoli prima di fare un discorso in pubblico), ma i loro effetti sono limitati e il disturbo ritorna quando il loro effetto svanisce. I farmaci possono costituire un valido aiuto iniziale per placare sintomi maggiormente attivanti e agevolare l’aderenza al percorso psicoterapico. Le Linee Guida NICE consigliano la Terapia Cognitivo Comportamentale  (CBT) e il training di rilassamento, in quanto queste terapie hanno evidenziato prove di efficacia.

COME LO AFFRONTA LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE?

La terapia cognitivo-comportamentale si basa sull’esposizione graduale,  sull’insegnamento di abilità sociali, sull’insegnamento di tecniche di gestione dell’ansia, tecniche di ristrutturazione cognitiva per aiutare a ridurre la paura del giudizio negativo e a far pensare in modo più ragionevole e costruttivo. Tra i recenti trattamenti che hanno mostrato prove di efficacia nel trattamento del Disturbo d’Ansia Sociale cito il modello di Clark e Wells (1995), basato sul modello metacognitivo. Clark et al. (2003) hanno dimostrato che la terapia cognitiva ha risultati migliori rispetto a farmaci o placebo, con effetti che si mantengono stabili a un anno.

 

 

Depressione

DEPRESSIONE 

 

Nell’ambito della salute mentale la depressione costituisce la prima causa di disabilità a livello globale. Solo in Italia la depressione colpisce 3 milioni di persone di cui 2 milioni sono donne, ma solo il 50% della popolazione riceve un trattamento corretto e tempestivo. Secondo l’OMS nel 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa nel mondo.

CHE COS’è?

La Depressione è un Disturbo dell’Umore. Generalmente chi ne soffre prova frequenti e intensi stati di insoddisfazione e tristezza e tende a non provare piacere nelle comuni attività quotidiane. Le persone che soffrono di depressione vivono in una condizione di costante malumore e con pensieri negativi e pessimisti circa sé stesso, il mondo e il proprio futuro. Spesso la depressione nasce dalla difficoltà di accettare una perdita o il non raggiungimento di un proprio scopo, che viene vissuto come un fallimento insuperabile.

QUALI SINTOMI COMPORTA?

Sentirsi depressi significa vedere il mondo attraverso degli occhiali con delle lenti scure: tutto sembra più opaco e difficile da affrontare, anche alzarsi dal letto al mattino o fare una doccia. Molte persone depresse hanno la sensazione che gli altri non possano comprendere il proprio stato d’animo e che siano ottimisti inutilmente. Più specificamente, la il disturbo depressivo maggiore si manifesta attraverso sintomi di tipo fisico, emotivo, comportamentale e cognitivo.
sintomi fisici più comuni sono la perdita di energie, il senso di fatica, i disturbi della concentrazione e della memoria, l’agitazione motoria ed il nervosismo, la perdita o l’aumento di peso, i disturbi del sonno, la mancanza di desiderio sessuale, i dolori fisici, il senso di nausea, l’eccessiva sudorazione, il senso di stordimento, l’accelerazione del battito cardiaco e le vampate di calore o i brividi di freddo.
Le emozioni tipiche provate da chi è depresso sono la tristezza, l’angoscia, la disperazione, il senso di colpa, il vuoto, la mancanza di speranza nel futuro, la perdita di interesse per qualsiasi attività, l’irritabilità e l’ansia.
Da ciò derivano i principali sintomi comportamentali, come la riduzione delle attività quotidiane, la difficoltà nel prendere decisioni e nel risolvere i problemi, l’evitamento delle persone e l’isolamento sociale, i comportamenti passivi, la riduzione dell’attività sessuale e i tentativi di suicidio.

Le persone che soffrono di disturbo depressivo maggiore, inoltre, presentano un modo di pensare estremamente disilluso, pensieri spontanei negativi su se stessi, sul mondo e sul futuro. Chi attraversa un periodo di depressione fa riferimento a dei “doveri” che sente di dover assolvere per rispettare i propri valori (es. “Non posso sbagliare mai”, “Se non piaccio a qualcuno, non posso essere amato”, “Se fallisco in qualcosa vuol dire che sono un fallito”, “Se ho un problema da parecchio tempo significa che non potrò mai risolverlo”, “Non posso essere debole”).

La persona depressa generalmente presenta aspettative irrealistiche: ha degli standard eccessivamente elevati sia nei confronti di se stesso che degli altri. Crede, ad esempio, che fare errori sia assolutamente vietato, che non si possano avere conflitti e che bisogna essere sempre di buon umore. Altri invece ritengono di non meritare nulla e accettano tutto quello che viene offerto loro senza ricercare qualcosa di migliore.
I pensieri spontanei che passano per la mente delle persone depresse, infine, generalmente rispecchiano la visione negativa che queste persone hanno di sé, del mondo e del futuro (pensieri automatici negativi).

Il disturbo depressivo maggiore può avere importanti ripercussioni sulla vita di tutti i giorni. L’attività scolastica o lavorativa della persona può risentirne in quantità e qualità, soprattutto a causa dei problemi di concentrazione e di memoria tipicamente presenti. Questo disturbo, inoltre, porta al ritiro sociale, che, col passare del tempo può condurre a problemi di tipo relazionale con partner, figli, amici e colleghi.

SOLUZIONI: COME SI AFFRONTA IL PROBLEMA?

La letteratura scientifica identifica tra le cure più efficaci per il disturbo depressivo maggiore, il trattamento farmacologico abbinato alla psicoterapia cognitivo-comportamentale (Fonte: National Institute for Health and Clinical Excelence, NICE, 2011).

La psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale rappresenta la soluzione più efficace per affrontare e superare il disturbo depressivo maggiore, in modo definitivo.

Il trattamento farmacologico del disturbo depressivo maggiore si rivela cruciale soprattutto nei casi in cui il disturbo si presenti in forma grave.

COME LO AFFRONTA LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE?

Secondo l’approccio cognitivista, i pensieri e le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro hanno un ruolo chiave nell’esordio e nel mantenimento della depressione. Nella cura di questo disturbo, dunque, la terapia cognitivo-comportamentale si focalizza soprattutto sui modi in cui il soggetto interpreta gli eventi che accadono, vi reagisce e valuta sé stesso.

Lo psicologo si propone di aiutare il paziente a identificare e modificare i pensieri e le convinzioni negative che ha su se stesso, sul mondo e sul futuro, ricorrendo a specifiche tecniche cognitivo-comportamentali. Il cambiamento nel modo di pensare porterà a una regolazione del tono dell’umore e a modificazioni dei sintomi, che a loro volta influiranno positivamente sui pensieri. Parallelamente a ciò si inserisce l’intervento terapeutico rispetto al comportamento quotidiano del paziente, attuando in maniera graduale specifici cambiamenti e procedendo in direzione inversa rispetto alla tendenza all’inattività e all’isolamento sociale indotta dal disturbo.

 

Disturbo di panico e agorafobia

DISTURBO DI PANICO e AGORAFOBIA

CHE COS’è?

Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla regolare e frequente manifestazione di attacchi di panico inaspettati.

L’attacco di panico è un episodio di ansia acuta, nel quale si verifica un repentino e incontrollato aumento della paura in risposta a qualcosa che viene percepito come un pericolo: tale paura insorge in modo improvviso e intenso, ma ha generalmente una durata molto breve (pochi minuti). L’attacco di panico è spesso associato a altri disturbi d’ansia e da solo non viene considerato un disturbo, in quanto si tratta di un episodio circoscritto e transitorio, che chiunque potrebbe sperimentare almeno una volta nella vita.

Si parla di Disturbo di Panico se gli attacchi di panico vengono sperimentati con una certa frequenza e in modo sistematico.

È comune che il Disturbo di Panico sia fortemente legato ad un’altra condizione psicopatologica: l’agorafobia. Questa è definita come una grande sensazione di disagio e timore di trovarsi in ampi spazi aperti o in ambienti non familiari, dai quali sarebbe difficile allontanarsi, uscire o trovare una via di fuga. Chi soffre di agorafobia spesso si trova costretto tra le mura di casa, in quanto evita qualsiasi mezzo pubblico, gli spazi aperti (parcheggi, mercati, piazze, ecc.), gli spazi chiusi (teatri, cinema, ecc.), evita di stare in fila o in spazi affollati e di essere fuori casa da solo, con notevoli conseguenze a livello sociale e relazionale. Quando la persona che soffre di agorafobia si trova in una di queste situazioni (o in molte altre situazioni simili) avverte frequentemente i sintomi fisici e psicologici tipici dell’attacco di panico.

 

QUALI SINTOMI COMPORTA?

L’intensa agitazione è correlata da sintomi fisici (almeno quattro), che possono essere:

  • Palpitazioni, percezione di un aumento del battito cardiaco e tachicardia;
  • Sudorazione eccessiva;
  • Tremori di lieve o forte intensità;
  • Mancanza d’aria o sensazione di soffocare;
  • Dolore o fastidio al petto;
  • Nausea o disturbi addominali;
  • Sensazione di vertigine, instabilità, percezione di svenimento (di “avere la testa leggera”), confusione mentale;
  • Brividi o vampate di calore;
  • Sensazioni di formicolio o intorpidimento;
  • Sensazione di irrealtà (pensare che ciò che si vede o sente non sia reale) e di essere staccati da sé stessi.

Vi sono due pensieri ricorrenti che di solito accompagnano l’attacco di panico:

  • Paura di perdere il controllo o di “impazzire”;
  • Paura di stare per morire.

Affinché il disturbo di panico venga riconosciuto tale, è necessario che l’attacco di panico sia accompagnato, per almeno un mese, da una costante preoccupazione della persona di avere un altro attacco e da significative modifiche del comportamento. La persona che soffre di attacchi di panico può arrivare infatti a limitare la vita quotidiana, evitando situazioni o luoghi percepiti come pericolosi e mettendo in atto strategie, spesso poco utili e controproducenti, per proteggersi da un eventuale attacco.

La conseguenza comportamentale di chi soffre di disturbo di panico consiste in una serie di evitamenti: solitamente si evitano i luoghi dove si ha avuto un attacco, le zone affollate dalle quali non si può uscire in fretta, gli spazi chiusi o sconosciuti, i mezzi pubblici, si evita di compiere sforzi fisici che potrebbero aumentare il battito cardiaco. Si attuano inoltre comportamenti volti a prevenire l’attacco di panico, chiamati “comportamenti protettivi”, quali ed esempio: portare con sé farmaci, muoversi solo in vicinanza di strutture mediche, stare sempre in compagnia di persone di fiducia che possano fornire aiuto all’occorrenza, tenere d’occhio le possibili vie di fuga e le uscite di sicurezza.

 

SOLUZIONI: COME SI AFFRONTA IL PROBLEMA?

La terapia per il disturbo di panico e agorafobia può essere di tipo farmacologico, psicoterapeutico o un’integrazione tra i due. La terapia farmacologica utilizza generalmente farmaci quali benzodiazepine e antidepressivi di nuova generazione. Questi farmaci sono in grado di controllare e ridurre lo stato di agitazione e ansia, tuttavia il loro effetto è correlato all’assunzione, quindi i sintomi tendono a ripresentarsi quando viene interrotta la terapia. La psicoterapia cognitivo-comportamentale lavora per aiutare la persona a analizzare i suoi processi cognitivi e a modificarli, offrendole strumenti per affrontare diversamente la sintomatologia ansiosa. I farmaci possono essere utili qualora l’individuo avverta stati di ansia talmente forti da non riuscire a lavorare in psicoterapia: in questo caso i farmaci vengono prescritti nella fase iniziale, per essere successivamente interrotti quando gli interventi cognitivi e comportamentali risultano sufficienti a arginare l’attivazione ansiosa.

 

COME LO AFFRONTA LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE?

La terapia cognitivo-comportamentale del Disturbo di Panico e Agorafobia è stata riconosciuta come efficace e inserita nelle linee guida NICE (Fonte: National Institute for Health and Clinical Excelence, NICE, 2011) con i training di rilassamento.

La terapia cognitiva-comportamentale opera analizzando i processi che si verificano durante l’esperienza del paziente: viene riconosciuto che la persona percepisce alcuni stimoli (spazi affollati, luoghi chiusi, mezzi pubblici, ecc.) o sensazioni interne (tachicardia, svenimento, ecc.) come pericolose e reagisce ad essi aumentando la sua agitazione, l’ansia. Quando il paziente si trova in uno stato ansiogeno, i sintomi sono amplificati e avvertiti ancora più pericolosi, fino a generare un attacco di panico, mantenendo il circolo vizioso nel quale si è trovato sino a questo momento. Per gestire e controllare tale meccanismo la terapia cognitivo comportamentale prevede:

  • Psicoeducazione al disturbo: fornire al paziente informazioni su come funziona il disturbo di panico, su come insorge, si manifesta e si mantiene il panico
  • Ricostruzione della manifestazione iniziale e attuale del disturbo, attraverso l’individuazione di eventi specifici
  • Insegnamento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia
  • Individuazione delle interpretazioni erronee (ad esempio pensieri catastrofici) che portano all’attacco di panico e messa in discussione di tali interpretazioni
  • Esposizione graduale alle sensazioni e agli stimoli temuti ed evitati
  • Prevenzione delle ricadute

Infine esistono interventi di psicoterapia cognitiva comportamentale di gruppo, che permette il confronto con persone che si trovano nella medesima situazione e condividono lo stesso disturbo, favorendo il superamento di difficoltà e incrementando le possibilità di successo dell’intervento.

Disturbo d’ansia generalizzato

DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATO

CHE COS’è?

Il disturbo d’ansia generalizzato è un disturbo d’ansia caratterizzato da una cronica condizione di stress e da uno stato di preoccupazione costante per molte situazioni diverse che risulta eccessivo in intensità durata o frequenza rispetto alla probabilità o alle conseguenze degli eventi temuti.

Si definisce l’ansia come “generalizzata” perché riguarda numerosi eventi e situazioni.

Tutti possiamo essere ansiosi in certe circostanze della vita. L’ansia di chi soffre di questo disturbo tende però ad essere eccessiva, dilagante, poco controllabile e a disturbare notevolmente il funzionamento normale. L’ansia non patologica è invece collegata a un fattore di stress, ad esempio un lutto, una malattia fisica, il perdere una relazione sentimentale importante o il lavoro. Inoltre, tende ad essere limitata nel tempo, mentre la tendenza a preoccuparsi nel disturbo d’ansia generalizzato è presente fin dall’adolescenza o inizio età adulta.

 

QUALI SINTOMI COMPORTA?

Caratteristica del Disturbo d’Ansia Generalizzata è la manifestazione di sintomi ansiogeni protratti nel tempo, anche in assenza di veri e propri fattori o eventi esterni che li scatenino. Tali sintomi ansiogeni consistono in irrequietezza, nel sentirsi “con i nervi a fior di pelle”, costante affaticamento, difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria, facile irritabilità, tensione muscolare e alterazioni del sonno (difficoltà nell’addormentamento, nel mantenimento o nella soddisfazione generale del sonno).

Tali segni sono normali in certe situazioni di stress o in particolari periodi di vita, se transitori, ma costituiscono un disturbo d’ansia generalizzata quando si manifestano tre (o più) di questi sintomi con frequenza quasi giornaliera, in modo continuativo per almeno sei mesi.

Ne risulta che l’individuo ha difficoltà a controllare la preoccupazione, manifesta un significativo disagio e una compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo, nella famiglia e nelle aree più importanti della sua vita.

L’elemento centrale del disturbo è il rimuginio, ovvero il continuo pensare e ripensare agli eventi negativi che potrebbero capitare, con l’obiettivo di prevederli, prevenirli e prepararsi a affrontarli. Il rimuginio riguarda la preoccupazione verso eventi futuri, percepiti come pericolosi, per i quali l’individuo sente la necessità di prepararsi, di trovare le soluzioni possibili per gestire queste minacce. Le persone con Disturbo d’Ansia Generalizzata percepiscono il rimuginio come incontrollabile, non riescono a interromperlo sebbene avvertano un aumento del malessere correlato a tale stile di pensiero. Il rimuginio tuttavia viene visto dalla persona ansiosa come una valida arma contro i suoi sintomi: dato che idee e preoccupazioni pervasive emergono nella sua mente in continuazione, rimuginando l’individuo ha l’impressione di potersi preparare ad affrontare la situazione e di sentirsi quindi maggiormente sicuro. In realtà però è proprio l’atto del rimuginare ad accrescere ulteriormente i sintomi ansiosi, creando un vero e proprio circolo vizioso che si autoalimenta.

 

SOLUZIONI: COME SI AFFRONTA IL PROBLEMA?

Le linee guida NICE (National Institute for Health and Clinical Excelence, 2011) indicano per il trattamento del Disturbo d’Ansia Generalizzato la Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT) e il training di rilassamento in quanto queste terapie hanno evidenziato prove di efficacia.

 

COME LO AFFRONTA LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE?

La Terapia Cognitivo Comportamentale agisce rendendo il soggetto consapevole dei propri pensieri disfunzionali e riducendone nel concreto lo stato di preoccupazione. Inoltre, si focalizza sull’insegnare al paziente la differenza tra ansia utile e ansia non utile, a riconoscere i pensieri negativi disfunzionali che alimentano e sostengono il circolo vizioso dell’ansia. Durante il percorso terapeutico si punta all’aumento delle capacità di tollerare l’incertezza e sull’analisi della reale probabilità con cui si possano manifestare gli eventi negativi temuti. Un altro punto su cui si focalizza la terapia è quello di circoscrivere e affrontare il rimuginio, a favore dell’implementazione di stili di pensiero maggiormente funzionali, come il problem solving. Tra le tecniche utilizzate per il Disturbo d’Ansia Generalizzata vi è inoltre la Mindfulness, una modalità di attenzione consapevole rivolta ai propri processi mentali, senza esprimere un atteggiamento giudicante. Ciò produce un distacco emotivo e un distanziamento dai pensieri ritenuti incontrollabili. Essi vengono riconsiderati per ciò che sono, cioè pensieri, e poi lasciati scorrere nella mente senza elaborazioni, svolgendo le proprie attività quotidiane.